Aracne (Parte Prima)
Avete presente un film dell’orrore? Una di quelle pellicole in bianco e nero dove ti raccontano la storia di due sorelle, magari gemelle, costrette a vivere sotto lo stesso tetto, una pazza e l’altra no, una casta e pura come una viola mammola e l’altra così infame da soffiarle l’unico uomo che si era accorto di lei? Ecco, ora che avete inquadrato il soggetto, potete immaginare l’incubo che è diventata la mia vita. Un incubo cominciato dieci anni fa quando Egle è rimasta vedova. Il marito non le ha lasciato nulla se non, come si dice dalle nostre parti, “quattro strazze e la strada per seguirlo al camposanto “. Egle è diventata romantica, capace di inzuppare di lacrime il fazzoletto e lasciarsi sommergere dai detriti di sogni e ricordi. Nulla di concreto, tangibile, ordinario. Se non fosse stato per me, si sarebbe lasciata morir di fame e di inedia. E allora dagli ad insistere che chi muore giace e chi vive si dà pace, a ricordarle che il marito non era uno stinco di santo, tentare di strapparle il sorriso da ebete dipinto sul volto, arginare le ondate di singhiozzi e sospiri che sento, di notte, agitarsi in camera sua. Le ho spalancato le porte di casa mia in un decoroso condominio di periferia, un appartamento spazioso e confortevole dove ho profuso, senza risparmio, il mio denaro ed il senso di bellezza e comodità, Mi piacciono le pareti vestite di quadri, i pavimenti con i tappeti, addobbo i mobili con ninnoli e trine, riempio gli angoli di lampade accese, appendo tende dai colori dell’iride che cancellano la luce della pioggia, la nebbia. Il vuoto dei centimetri quadrati mi fa orrore e quando ne scopro uno, ricorro all’arte dell’ago e del filo o dell’uncinetto, di cui sono maestra, ed invento piccoli capolavori a punto croce, spirito, erba. Egle, che non avrebbe saputo dove andare, mi ripaga con diffidenza e ostilità. Ha preteso che la sua camera diventasse una sorta di cella di clausura ed io l’ho accontentata. L’unico ritratto consentito è la foto del marito, incorniciata sul comodino. La notte, si chiude a chiave come se avesse paura di qualcosa. Le manca l’aria e spalanca porte e finestre e mi fa morire di freddo. Si lamenta di soffocare e non riesce a stare ferma. Vaga inquieta tra poltrone e sofà, tavoli e sedie, trumeau e consolle, smaniando nel fazzoletto zuppo di pianto. Si ostina a vestirsi di nero sebbene siano trascorsi due lustri dalla perdita del caro estinto. Per accontentarla mi sono paludata anch’io in gramaglie. L’unica cosa che ci accomuna è l’appetito. Non ci manca anche se il medico insiste che, alla nostra età, sarebbe opportuno moderare quantità e qualità. Mangiamo tutto, tanto, troppo. Malgrado ciò siamo secche come acciughe, manteniamo la nostra bella taglia 42 che avevamo da ragazze. Lei è più piena di petto, io di anche. Se ci immaginate gemelle, vi sbagliate. Abbiamo qualche ano di differenza: io sono dei Gemelli, lei dei Pesci. Non c’è mai stato verso di confonderci: l’una rosea e bionda, l’altra diafana e mora. Ora entrambe abbiamo i capelli argentati. Io li tengo corti, a spazzola, da uomo. Sono pratici per via della doccia e mi donano. Egle li conserva lunghi e li pettina, li pettina fino a sfinirsi, davanti allo specchio della consolle, poi li intreccia e li appunta sulla testa, come quando era giovanetta. Le ho detto che sembra una vecchia bambina, ma sono parole al vento. Ha sempre fatto di testa sua, non ha dato retta nemmeno a quelle sante anime di mamma e papà. Li ha fatti ammattire con le sue originalità. A quei tempi nessuna donna perbene avrebbe osato fumare in pubblico ed era disdicevole per una signorina accavallare le gambe. Egle lo faceva sfidando le occhiate di mamma e le rampogne di papà. Abitavamo lungo il viale dei Tigli, la strada più elegante della città. Ci invidiavano la nostra bella casa dai cornicioni rossi istoriati a motivo floreale, incastonata nel verde scuro delle magnolie, piantate dal trisavolo del bisnonno. Eravamo una delle famiglie più in vista, non scorreva sangue blu nelle nostre vene, ma forse non ne eravamo lontani. Mamma aveva l’incedere della principessa, alta, snella, col collo lungo e vestito di giri di perle. Papà ci appariva austero nel completo scuro con panciotto e catena d’orologio, baffi all’umbertina e garofano bianco all’occhiello. Come sono lontani quei giorni, ahimè! La nostra villa non esiste più. Al suo posto hanno costruito un supermercato con parcheggio, sul quale s’allunga l’ombra dell’unica magnolia scampata allo scempio. Una volta sono andata a guardare dal basso in alto il fogliame scuro e impenetrabile da non far trapelare lembi di cielo, a toccarla sul tronco rugoso dove io e Augusto incidemmo a coltellino le iniziali dei nostri nomi in un grande cuore. Era l’altra magnolia che cercavo, quella che hanno abbattuto e sradicato e così non ci sono più tornata. Il viale dei Tigli è ancora una strada elegante anche se nessuno se ne accorge. Scomparse le residenze che l’abbellivano, sono rimasti i marciapiedi per le passeggiate di gente distratta, il nastro d’asfalto che la municipalità mantiene decoroso nonostante lo scorrimento massiccio del traffico e i vecchi tigli che in primavera accarezzano l’aria con il loro profumo. Come amavo quell’afrore dolciastro e pesante che mi svegliava una mattina e mi faceva scoprire che era giunta la primavera! A Egle invece scatenava il mal di testa, diceva che era stucchevole, putrido, le ricordava la morte: come un cadavere in disfacimento. Mi divertivo allora ad impressionarla facendole trovare tra le lenzuola lucertole stecchite, cui avevo inciso la pelle o cavallette cui strappavo le ali. Egle inorridiva e sgusciando dal letto andava a spiattellarlo subito alla mamma.
-Non devi spaventare tua sorella – mi ammonivano – è così sensibile!
E la cosa finiva là. Io però non andavo a spiattellare loro che la vedevo sbaciucchiarsi con il figlio del giardiniere, dietro al bersò di rose e glicini del giardino. Li spiavo senza che se ne accorgessero. Lui era un coso alto e magro, con le guance scarlatte e sudate di chi vive all’aria aperta. Li sentivo ansimare in un turbinio di mani e merletti della sottoveste di Egle che scappavano da tutte le parti. Restavo impalata ed affascinata finché non si sentivano le voci di qualcuno di casa che chiamava. Allora Egle e il suo spasimante ricomponevano vesti e capelli e sgusciavano via come anguille. Io mi riscuotevo dal torpore in cui ero caduta. Niente al mondo mi avrebbe convinta a tradire il segreto di Egle. Lei sì, mi tradiva. Non nascondeva nulla che non mi riguardasse agli occhi dei nostri genitori: un brutto voto, una parolaccia sfuggita, un piccolo guaio. Come quel giorno in cui ruppi una statuina tanto cara a mamma. La nascosi e tentai di addossarne la colpa alla cameriera. Egle vide tutto e fece naturalmente la spia. Io non ho mai fatto la spia, nemmeno quando la sorprendevo a fumare in camera. Portava a casa la sigaretta che le passava un’amica, l’accendeva ed il fumo la faceva tossire, ma lei persisteva, poi spalancava la finestra. Ed io non dicevo nulla, mi acquattavo sotto alle lenzuola e pregavo che a mamma non saltasse l’idea di venirci a rimboccare il letto. Dopo qualche mese, Egle non nascose la voglia di fumare, né quella di baciare i ragazzi. Mamma e papà non riuscirono a contrastarla se non con occhiatacce e reprimende le quali sortivano effetti opposti. Il tempo del collegio era finito e papà disse:
-Egle è inemendabile!
Bollai mia sorella con quella parola di cui non sapevo il, significato ma ne intuivo la gravità. Inemendabile è ancora oggi. Non serve a nulla che io le ripeta che il caro estinto non fu un esemplare di sposo virtuoso e retto. Non mi crede quando snocciolo alcune verità. Allora tenta di divincolarsi dalla poltrona come se fosse avviluppata da legacci invisibili e si tura le orecchie. La mia voce la braca, la raggiunge, l’inchioda:
-Non ti è mai stato fedele, io lo so! Come sei stata ingenua proprio tu, la suffragetta di casa Sbrilli!
Egle mi ricambia con lo sguardo di riprovazione che mamma le lanciava, come se fossi io quella degli scandali. La detesto quando inalbera quell’aria di superiorità e martirio, ben sapendo che dovrei essere io colei che ha motivo di rammaricarsi e soffrire per quanto la vita mi ha inflitto. Tra le due sono sempre stata la più sfortunata. Si nasce con la camicia della fortuna appiccicata addosso e lei lo nacque. Feci fatica ad entrare in questo mondo, lottando con tutto il fiato in corpo per sgusciare via dal ventre stretto di mia madre. Crebbi stenta come una pinta che non riceve luce ed acqua a sufficienza. Passai inosservata nonostante gli sforzi di mamma nel decorarmi, alla stregua di un albero di Natale, con pizzi e fiocchi, boccoli e nastri. Rimasi una brutta bambina, dalla pelle scura e pelosa. Paragonata alla creatura che sarebbe nata qualche anno dopo, non avrei avuto scampo. Egle era il ritratto di una piccola dea. Me ne rendevo conto mentre l’osservavo nella culla: un visetto dai tratti delicati come quelli delle statuine di porcellana, una miniatura preziosa come quella che cingeva il collo di mamma, una bambolina che avrei volentieri scaraventato a terra, come feci con tutte le bambole che mi regalarono.
-Cattiva Lidia, non fai che distruggere i regali che le altre bambine vorrebbero … brutta bambina cattiva! – erano le sibilate della governante di turno costretta a raccogliere e gettare via i cocci dei giocattoli. Allora cominciai a nascondere i miei sentimenti. Se mi assaliva la voglia di tormentare mia sorella, lo facevo lontano dagli occhi degli altri. I pizzicotti non lasciavano il segno nelle natiche sode. Non appena la governante girava le spalle, le tiravo i capelli, le tappavo la bocca, le torcevo un dito, le pizzicavo le orecchie o il naso, le facevo gli occhiacci. Egle frignava un po’, poi si quietava con il pollice in bocca e non mi tradiva. In collegio diventò la più brava. I suoi voti, confrontati ai miei, riscuotevano plausi ed ammirazione. Furono queste manifestazioni di pubblico elogio a montarle la testa perché accadde che, dai tempi della scuola, Egle cominciò a tradirmi facendomi passare per la sua persecutrice. Nulla di più falso! Erano la sua bellezza e perfezione a perseguitare me!
…continua nella Seconda Parte.

Attendo la seconda parte